La guerra delle statue tra Praga e Mosca

Pubblicato su East Journal

06/04/2020

Manifestanti assaltano l'ambasciata ceca a Mosca. (Foto: Drugaja Rossija)
Manifestanti assaltano l’ambasciata ceca a Mosca. (Foto: Drugaja Rossija)

Sale la tensione tra Praga e Mosca. Domenica 5 aprile l’ambasciata ceca in Russia è stata presa d’assalto, con delle bombe fumogene, da un gruppo di manifestanti dal volto coperto, riconducibili all’ex Partito nazional-bolscevico, oggi ridenominato L’Altra Russia. Durante la protesta, i contestatori hanno affisso sul cancello della sede diplomatica uno striscione con la scritta “Stop al fascismo”, aggiungendo – nella rivendicazione – il messaggio “i nostri tank torneranno a Praga”.

L’episodio potrebbe risultare piuttosto anomalo, considerato che solo due anni fa era stato rieletto presidente della Repubblica Ceca, Miloš Zeman: il capo di Stato europeo che più si era speso per una riapertura a Mosca, dopo la crisi ucraina. Non dovrebbe esserci una certa armonia, oggi, tra i due Paesi? Il conflitto, in realtà, è asimmetrico – una caratteristica ormai tipica della politica estera del Cremlino. Infatti, il vero bersaglio dell’irritazione russa è l’amministrazione di un municipio di Praga. L’oggetto della diatriba? La statua di un generale sovietico: il Maresciallo Ivan Stepanovič Konev, ritenuto dai russi un eroe di guerra.

Eroe o oppressore?

Il monumento al Maresciallo Ivan Stepanovič Konev, a Praga. (Foto: parlamentnilisty.cz)
Il monumento al Maresciallo Ivan Stepanovič Konev, a Praga. (Foto: parlamentnilisty.cz)

La questione è molto delicata, perché relativa alla memoria storica di una città – oltre che di un Paese – che ha subìto ben due invasioni militari nell’arco di tre decenni, con tutte le drammatiche conseguenze che hanno comportato.

È dalla fine della guerra fredda, infatti, che la comunità praghese dibatte sull’opportunità di conservare o meno questo monumento, eretto nel 1980 per celebrare la liberazione della capitale dall’occupazione nazista. La ragione sta nel fatto che il generale era diventato noto anche per il ruolo di primo piano svolto successivamente, sia durante l’invasione dell’Ungheria nel 1956, sia durante l’erezione del Muro di Berlino. Inoltre, secondo alcuni storici, sarebbe stato coinvolto anche nella preparazione della repressione della Primavera di Praga, nonostante non fosse più in servizio attivo.

Una discussione durata quasi trent’anni, durante i quali si sono ipotizzati vari interventi di ridimensionamento e di ricollocamento, oltre ad aver eseguito la revisione  dell’epigrafe per moderarne il contenuto elegiaco. Alla fine – nonostante le pressioni esercitate dalla Russia sulle autorità locali – l’amministrazione del Distretto municipale 6 ha optato per la rimozione definitiva dell’opera, avvenuta materialmente venerdì 3 aprile. La statua – secondo i piani – dovrebbe essere esposta in un museo cittadino di Storia contemporanea, ancora in fase di progettazione.

Un atto dal sapore di una sfida – verso le autorità nazionali e moscovite – a cui la storia locale dovrebbe averci abituato, e culminata, nel 1989, con la Rivoluzione di Velluto. Praga, come tutte le altre capitali del gruppo Visegrád, esprime da tempo un orientamento politico ben diverso da quello nazionale. Solo lo scorso dicembre aveva siglato con Bratislava, Varsavia e Budapest il “Patto delle città libere”. Un documento che impegna le quattro città a promuovere “i comuni valori di libertà, uguaglianza, stato di diritto, giustizia sociale, tolleranza e diversità culturale”. In netto contrasto, quindi, con l’orientamento illiberale, in alcuni casi persino con risvolti autoritari, che sta caratterizzando le rispettive politiche nazionali.

Le reazioni

Il presidente Zeman non ha fatto attendere la sua sprezzante critica alla rimozione del monumento, definendo l’operazione come un “abuso” dei poteri speciali conferiti alle autorità per il contrasto dell’epidemia di Covid-19. In realtà, il destino del monumento era già stato deciso dall’Assemblea municipale lo scorso 12 settembreL’ambasciata russa di Praga ha rincarato la reprimenda con una nota: “La rimozione del monumento al Maresciallo Konev non sarà consentita senza un’adeguata risposta da parte russa”.

Sempre secondo i piani delle autorità locali, al posto di quella statua sarà eretto un nuovo monumento per onorare i cittadini impegnati nella Resistenza all’occupazione nazista, alla fine del secondo conflitto mondiale. Il sindaco del distretto municipale Praga 6, Ondřej Kolář, negli scorsi mesi era stato persino costretto a lasciare la città, sotto protezione della polizia, a seguito di numerose minacce ricevute per via della decisione di coprire il monumento dopo l’ennesimo atto di vandalismo.

Nel frattempo, il ministro della Cultura russo Vladimir Medinsky aveva definito il sindaco un gauleiter (un funzionario locale del partito nazista), e dal Senato russo era persino arrivata la richiesta di adottare sanzioni economiche contro la repubblica mitteleuropea.

Finisce qui?

Ma a Praga esiste ancora un altro omaggio al generale sovietico dal futuro incerto: una strada del distretto Praga 3 a lui intestata (Koněvova). Sembra, però, che la ridenominazione della via costringerebbe più di un migliaio di persone ad aggiornare tutti i documenti con l’indirizzo precedente. Chissà se basterà quest’ostacolo burocratico a evitare la prossima grave crisi diplomatica tra la capitale della Repubblica Ceca e la Russia.

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